Errori voluti e linee imperfette.
C’è un modo di tatuare che non ha nulla a che vedere con la perfezione.
Non cerca la simmetria, non cerca l’equilibrio matematico, non cerca la linea perfetta che divide il “giusto” dallo “sbagliato”.
È un tatuaggio che somiglia più a un viaggio che a un’illustrazione.
Un viaggio pieno di appunti, cambi di direzione, correzioni ripensate, cancellature che non cancellano davvero. Dove anche gli errori (se vogliamo chiamarli così) hanno una funzione: mostrare tracce di vita.
Quando traccio una linea, non la voglio perfetta.
La voglio interessante.
Non una linea perfetta che dichiari controllo ma un linea che vibra e crea movimento e presenza.
Dentro una linea che vibra c’è tutto:
l’emozione del momento, il respiro, la mano che accelera e poi rallenta, l’ascolto della pelle, il rispetto dello spazio.
Quei piccoli “errori” che qualcuno teme… sono proprio quello che cerco, a volte voluti a volte improvvisati.
Spesso aggiungo parole.
Non per spiegare, ma per ricordare che un pensiero può restare incompleto e avere comunque forza.
Altre volte ci sono segni che sembrano bozze, linee che si intrecciano come se stessi costruendo qualcosa che non deve essere finito completamente.
È una scelta precisa:
il tatuaggio non è un poster.
È una pagina di un diario di viaggio.
E una pagina di un diario non è mai pulita.
Nei miei lavori capita spesso di vedere segni sovrapposti, linee che passano sopra ad altre, punti in cui la forma sembra cambiare.
Qualcuno crede che io stia “aggiustando”.
In realtà sto lasciando tracce.
Una cancellatura vera non cancella ma racconta.
Ti dice che c’è stato qualcos’altro prima, ma adesso la priorità è cambiata.
È un gesto che appartiene a tutti noi: cancelliamo, modifichiamo, ripartiamo.
Il tatuaggio è un ottimo posto per raccontarlo.
Perché parla di ciò che siamo davvero:
imperfetti, in trasformazione, mai del tutto conclusi e con milioni di dubbi e incertezze.
È un linguaggio che mette in scena l’essere umano, non l’immagine.
Ogni volta che lavoro su una pelle, apro una pagina nuova.
Non posso — e non voglio — ricreare una pagina di qualcun altro.
Il mio compito è ascoltare, osservare il corpo, capire il ritmo, il vuoto, la direzione.
Poi arrivano la linea, la sovrascrittura, quella forma che sembra un errore e invece è un respiro.
Mi piace pensare che un tatuaggio non dovrebbe congelare un momento.
Dovrebbe accompagnare un percorso.
E un percorso non è mai liscio.
È fatto di cambi di rotta, tentativi, scelte che diventano coraggio.
Questo è il senso dei miei lavori:
non raccontano un arrivo, ma un passaggio.
Come le pagine dei diari che non abbiamo mai avuto il coraggio di far leggere a nessuno.
Penso che alla fine, un tatuaggio così non va capito.
Va sentito, e credo che chi si riconosce in questo linguaggio lo senta subito subito:
non sta scegliendo un disegno, sta scegliendo un modo di essere tatuato.
E lì che mi piace stare, è questo contributo che dà un senso al mio lavoro.