MANIFESTO

Non basta dire chi sei per raccontarti davvero.
Ciò che facciamo prende forma dalle esperienze vissute, dal modo in cui creiamo, dalle idee che ci guidano e dalle tappe del percorso che ci ha cambiato.
In questa sezione puoi esplorare queste dimensioni: dal mio vissuto personale al processo creativo, dalla filosofia che guida il mio lavoro fino alla storia che mi ha portato qui.

VISIONE

Non ho seguito un sogno

Non vengo dal mondo del tatuaggio e non ho lasciato tutto per “seguire un sogno”.

Vengo dall’architettura e dalla progettazione dello spazio.
Ma ho cambiato strada perché dove stavo non funzionava.

Allora ho preso quello che sapevo fare — osservare, semplificare, raccontare
e l’ho portato dove poteva diventare qualcosa.
Qualcosa di interessante e che potesse restare.

Mi piace dare vita a immagini che ti raccontano anche quando non te li sai ancora spiegare.

Vengo dall’architettura, ma non mi serve più progettare edifici.

Mi interessa cosa ti tiene in piedi.
La tua storia.
Cosa ti cambia.
Cosa ti rimette al mondo.

Non è per tutti
e va bene così

Ci tengo a dirlo subito: non prendo tutti i lavori. Ho bisogno che un progetto risuoni anche dentro di me per poterlo fare al meglio. Più che il soggetto in sé, mi interessa capire il tuo “perché”.

Per questo non rispondo di fretta e non faccio preventivi standard. Da me non troverai modelli pronti, ma un foglio bianco.

In cambio ti garantisco una cosa: la mia totale attenzione. Lavoreremo con calma, al tuo ritmo, facendoci le domande giuste prima di iniziare. È un processo lento, fatto di rispetto per la tua storia e per la mia arte. Se cerchi una formula rapida ti capisco, ma la mia strada è un’altra.

perchè tatuo

Spoiler: non è per passione. È per necessità.

Mi annoio a disegnare.

Ma disegnare storie, quello no.

Ho un fratello più grande di me di un anno. Quando sono nato, lui piangeva di giorno. Io di notte. Per sei mesi, a casa nostra, non c’era silenzio. Mia madre, a un certo punto, ha ceduto. Aveva ovviamente bisogno di dormire. Così mi ha lasciato per qualche giorno da mia zia (la zia più buona del mondo). Quando sono tornato, non ho più pianto. Non so cosa sia successo, ma qualcosa evidentemente era cambiato. Forse ho pensato: “Se piango, mi mandi via. Ora che sono tornato, col cavolo che piango ancora.”

 

 

Ma è impossibile non comunicare.

E così ho iniziato a buttare fuori tutto quello che avevo dentro col disegno, semplicemente per esprimermi e trovare il mio modo di stare al mondo. Tatuare è la stessa cosa, solo che adesso lo faccio anche per gli altri.

Quando mi raccontano una storia, anche confusa, anche a pezzi, io la vedo.

Non so spiegarti bene come funziona, ma vedo l’immagine.

Disegnare quello che hai dentro è la cosa che mi viene più naturale al mondo. Perché è quello che ho fatto tutta la vita.

Ecco perché tatuo.

Mi interessa dare forma a qualcosa che ha un peso. Perché non serve solo a dire “bello” — serve a dire qualcosa che non sai dire in nessun altro modo e che quando lo vedi lo riconosci.

E quando succede, sì, quello è un gran bel momento.

Non ho uno stile

Lo stile è una gabbia dorata: una volta che ci entri, le persone si aspettano che tu rimanga sempre lì.

Io invece ho bisogno di muovermi. Uso il colore quando serve luce, il bianco e nero quando serve silenzio. Vado sull’astratto quando la forma non basta più, e scelgo il figurativo solo quando serve dire: “è questo, guarda.”

Non ho un linguaggio grafico preconfezionato da vendere. Ho una visione per dare vita alle tue parole.

Scelgo ciò che serve. Solo quello che serve, per lasciare sulla pelle qualcosa che abbia senso. Per te, non per gli altri.

Non ho un logo

logo

Nel mio percorso artistico ho scelto di non avere un semplice logo.

Un logo è pensato per essere riconoscibile ovunque, riproducibile su ogni supporto, utile al marketing.

Ma io non cerco ripetibilità. Il mio lavoro non è un prodotto in serie. È un incontro, ogni volta diverso.

Per questo ho creato un sigillo e non un logo. 

 

Tutto è partito da un’icona semplice: quella che trovi stampata sugli scatoloni.

“Handle with care” – maneggiare con cura. Quelle due mani che proteggono un cubo fragile mi hanno sempre colpito e ho pensato che siamo tutti un po’ così. Come pacchi in viaggio, con dentro qualcosa che non sempre conosciamo, ma che sappiamo essere fragile. 

Ho voluto prendere quell’immagine e trasformarla. Al posto del cubetto ho disegnato un piccolo cranio. Per me è la sede della mente, delle emozioni, di tutto quello che siamo. Un simbolo universale e umano.

È così che ha preso forma il mio sigillo: per ricordarmi che ogni persona che si affida a me porta con sé qualcosa di delicato, ma anche prezioso e che il mio compito non è soltanto disegnare, ma prendermi cura.

sigillo

BACKGROUND

Non volevo cambiare

La mia storia

Mi sono laureato in Architettura. Ho lavorato nello studio di Fuksas a Roma e poi in quello di Renzo Piano a Genova. Due visioni diverse, due scuole di pensiero. Due esperienze forti che mi hanno lasciato molto.

Non ero uno di quelli che sognano di mollare tutto per inseguire un sogno. Anzi, avevo fatto tutto quello che si doveva fare. Il percorso giusto. Le scelte giuste.

Poi, con alcuni amici, abbiamo aperto uno studio nostro. Eravamo bravi. Avevamo talento, visione, voglia. Ci abbiamo creduto. Ci abbiamo provato. Fino in fondo. Ma non ha funzionato. I guadagni erano pochi, la fatica tanta, le soddisfazioni col contagocce.

E senza nemmeno accorgermene, mi sono ritrovato a 45 anni con addosso la sensazione di aver perso. Non per mancanza di impegno. Ma perché qualcosa si era rotto dentro. E non avevo più voglia di rimettere insieme i pezzi.

Eppure da qualche parte dovevo ripartire. E per fortuna, non ero solo. C’era una persona speciale accanto a me. Una di quelle che ti vedono meglio di come tu ti vedi. È stata lei a farmi rimettere le mani sul disegno. A ricordarmi chi ero. O forse… a farmelo scoprire per la prima volta.

Perché alla fine ho capito questo: non ero un architetto prestato all’arte. Ero un artista prestato all’architettura. Solo che non lo sapevo.

All’inizio non c’è stata nessuna vocazione. Nessuna illuminazione. Solo la necessità di trovare uno stipendio, e in fretta. E per di più… i tatuaggi non mi piacevano nemmeno. Per anni li avevo giudicati attraverso i miei bias, le mie convinzioni, i miei pregiudizi.

Poi è successo qualcosa. O forse semplicemente ho iniziato a guardare meglio. A capire che il tatuaggio, per alcune persone, non era un vezzo. Era una soglia. Una presa di posizione. Un gesto identitario. Un modo per non perdersi.

E io lì, nel gesto, nel segno, mi sono finalmente riconosciuto. Era da lì che dovevo ripartire. Era da lì che avevo sempre parlato. Anche quando non lo sapevo.

il processo creativo

Il progetto nasce da te, non da me.
Ogni lavoro che realizzo prende forma solo dopo averti ascoltato.

INIZIAMO DA UN CAFFÈ

Se possibile vorrei prima conoscerti di persona, davanti a un buon caffè. Niente schede da compilare, niente briefing. Non parliamo subito del tatuaggio. Parliamo di chi sei, della tua storia. Voglio sentire se c’è sintonia, ascoltare e seguire il flusso. Non è un obbligo, e non è un passo vincolante. Se c’è connessione, andiamo avanti. Altrimenti ci siamo semplicemente conosciuti.

Foto di Jessica Lewis - thepaintedsquare

NON PREPARO DISEGNI

A parte rarissimi casi non disegno mai nulla prima. Nessun progetto parte da casa.  Tutto accade il giorno della seduta.  In quel momento parleremo a fondo, ti farò domande mirate. Voglio capire il significato, la storia dietro al tuo desiderio. Voglio ascoltare anche quello che non si dice. Un tatuaggio non si inventa, si raccoglie.

SEGUIRE IL FLOW

Una volta raccolto tutto, inizia la sintesi. A volte parto utilizzando l’iPad. A volte vado diretto sul tuo corpo. Dipende da come fluisce il tutto. Non ho un protocollo, ma una regola: ascoltare il tempo giusto di ogni persona. È un approccio che si ispira al metodo Munari: prima si osserva, si analizza, si smonta. Solo dopo arriva l’idea. Indipendentemente dalla dimensione, dedico l’intera giornata solo a te. Niente sovrapposizioni, niente fretta. 

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CI VUOLE TEMPO

Quando il disegno è pronto, ci fermiamo. Facciamo pausa. Respiriamo. Magari ci andiamo a mangiare qualcosa. Dopo tanta concentrazione, serve svuotare la mente. Quando riprendiamo, se entrambi siamo convinti, si parte. Altrimenti si ricomincia. Anche da zero.

TRASPARENZA

Se qualcosa non ti convince modifichiamo o ricominciamo da capo. Se qualcosa non convince me, modifico o ricomincio da capo. Per me, la persona che ho davanti non è “un cliente”. È qualcuno che sta per prendere una decisione irreversibile. E se penso che quel tatuaggio non ti appartenga o non ti valorizzi, te lo dirò senza mezze misure. La tua pelle merita impegno. Non compromessi.

QUALCUNO SI TATUA PERCHé

Una volta ho ascoltato la canzone di Giorgio Gaber “Qualcuno era comunista”.
Mi ha colpito perché elenca, senza giudizio, le mille ragioni per cui una persona può sentirsi parte di qualcosa.
Ho voluto portare quello spirito nel mondo del tatuaggio.
Perché le ragioni sono davvero tante.

Qualcuno si tatua per non dimenticare.
Qualcuno perché ha perso e qualcuno perché ha vinto.
Qualcuno perché il dolore gli sembra onesto.
Qualcuno si tatua per ricordare sua madre.
Qualcuno si tatua perché la pelle è l’unico diario che non puoi perdere.
Qualcuno perché il frigorifero era già pieno di calamite.

Qualcuno si tatua per ricominciare da capo.
Qualcuno per sentirsi vivo.
Qualcuno si tatua perché non sopporta più di essere invisibile.
Qualcuno perché ha trovato se stesso.
Qualcuno per coprire un vecchio amore.
Qualcuno per coprire un vecchio tatuaggio di un vecchio amore.

Qualcuno si tatua perché non vuole guarire.
Qualcuno per fermare un dolore che cammina.
Qualcuno per darsi un nome.
Qualcuno perché ha visto il mare e non l’ha più dimenticato.
Qualcuno per lasciare un segno prima che tutto sparisca.
Qualcuno perché… il gatto doveva pur finire da qualche parte.

Qualcuno si tatua perché ogni centimetro di pelle è una battaglia vinta.
Qualcuno per dire “io c’ero”.
Qualcuno per avere una casa, almeno sulla pelle.
Qualcuno si tatua per gridare in silenzio.
Qualcuno si tatua per dire addio.
Qualcuno perché “era solo un simbolino piccolo”… e poi è diventato una mezza schiena.

Qualcuno si tatua per costruire una mappa quando si perderà.
Qualcuno per sentirsi più vero.
Qualcuno si tatua perché non sa scrivere poesie.
Qualcuno per far pace con ciò che è stato.
Qualcuno si tatua per celebrare una cicatrice.
Qualcuno perché aveva finito lo spazio sul diario.

Qualcuno si tatua perché non vuole dimenticare un sapore, un odore, un momento.
Qualcuno per sentirsi intero almeno una volta.
Qualcuno per non tornare indietro.
Qualcuno perché il dolore, almeno, ti parla chiaro.
Qualcuno perché, alla fine, la pelle è il libro che racconta meglio chi siamo.


Qualcuno si tatua perché un giorno vorrà guardarlo e dire: “Sì, ero io”.

 

inizia il tuo percorso

Se vuoi lavorare con me, si comincia da una mail.

Scrivimi a marazzi.booking@gmail.com raccontandomi chi sei e che tipo di tatuaggio vorresti fare.

Non serve essere precisi, ma se non sai da dove iniziare, ecco qualche spunto:

  • Cosa vuoi raccontare con questo tatuaggio?

  • Che tipo di momento stai vivendo?

  • Quali immagini, forme o parole ti risuonano?

  • Hai già altri tatuaggi? Dove pensi di volerlo fare?

Se invece non hai proprio nessuna idea scrivimi per organizzare un incontro, parlandone a voce spesso vengono fuori progetti davvero interessanti.

Incontriamoci…

Una volta ricevuta la tua mail:

  1. Ti rispondo entro pochi giorni.

  2. Se c’è sintonia, ti propongo un incontro conoscitivo (dal vivo o online).

  3. Solo dopo quel momento valuteremo se e quando prenotare la seduta.

In questa prima fase non si prenota un tatuaggio,
si prenota un caffè per conoscerci.

3 passi fondamentali

Ascoltare

Non mi limito a chiederti “cosa vuoi tatuarti”.
Ti ascolto mentre parli, ma anche mentre non dici niente.
Osservo come ti muovi, come ti racconti, cosa lasci fuori.
Cerco l’intenzione nella tua storia.

Semplificare

Togliere tutto il superfluo.
Tolgo ciò che è in più, finché resta un’idea chiara, pulita,
un concetto che puoi portare con te, anche se non lo spieghi a parole.

Restituire

Interpreto con la mia visione, ma non decido al posto tuo.
Ti accompagno a vedere quello che ancora non vedevi così.
E te lo restituisco con qualcosa che resta.