C’è una scena belllissima, in Bastardi senza gloria, che ogni volta che la vedo mi mette i brividi:
il generale tedesco Hans Landa (un meraviglioso Christoph Waltz) fa visita ad un francese che ospita dei rifugiati, parla con una calma e modi eleganti mentre la tensione cresce.
La cosa più impressionante sono i dialoghi, Tarantino è famoso anche per questa sua capacità di creare dialoghi incredibili.
Quindi mi sono informato sulla sua tecnica e da dove nasce questa sua capacità:
Tarantino non scrive i dialoghi. Li ascolta.
Lui crea i personaggi e poi li lascia parlare.
Li osserva, li asseconda e li ascolta come se non fosse nemmeno lui l’autore.
“I really let the characters do most of the work — they start talking and they just lead the way.”
È spettatore della sua stessa scrittura e questo lo trovo pazzesco.
Questa cosa incredibile, assurda:
la scena vive da sola, senza che ci sia un intervento troppo forzato, tutto è naturale, spontaneo.
Il dialogo non viene progettato a tavolino; semplicemente accade.
E ogni parola crea senso spontaneamente.
Da questo suo modo di lavorare ho preso spunto per la composizione dei miei tatuaggi, cerco di fare lo stesso.
Non forzo le linee in una direzione.
Non gli dico: “Ora vai qui e poi fai questo”
metto gli elementi in uno spazio e vedo cosa succede.
Disegno un segno leggero, abbozzato, poi ne appoggio un altro più nervoso, inserisco un pieno, lascio un vuoto, faccio una prova di equilibrio…
e poi guardo cosa succede tra di loro.
E questi cominciano a parlarsi.
Perché i segni, quando li lasci liberi, iniziano a parlarsi.
Uno vuole spazio.
Uno si sposta a sinistra come se cercasse una fuga.
Uno si appoggia sulla clavicola e cambia tutta la scena.
Un’altro diventa dominante senza preavviso e infastidisce gli altri.
Alcuni litigano, altri fanno amicizia, alcuni si innamorano.
Io sono lì e li seguo e prendo nota.
E capisco se sta venendo fuori un dialogo sincero oppure un monologo finto.
Ci gioco.
Le ascolto crescere.
E spontaneamente si creano tensioni sottili che a me piacciono da morire.
Saranno loro a dirmi quando è il momento di fermarmi.
Perché un tatuaggio parla prima di essere tatuato.
E se non parla, non è pronto e allora si cancella e si ricomincia fin quando non è il suo momento.
Essere spettatore del proprio lavoro
La verità è che non voglio controllare tutto.
Non ci credo più.
E soprattutto non voglio un tatuaggio che sembra un progetto imposto alla pelle.
Voglio che il tatuaggio sia un momento, non un “pezzo”.
Un incontro tra ciò che immagino e ciò che il corpo permette.
Un equilibrio che succede solo lì, solo in quell’ora, solo per quella persona e di sottofondo c’è la storia da raccontare, quella che arriva da chi la porterà sotto pelle.
C’è una storia e ci sono i personaggi.
E io mi metto li e vedo cosa combinerò e non so mai esattamente cosa succederà.