Mi annoio a disegnare.
Ma disegnare storie — quello no.
Ho un fratello più grande di me di un anno.
Quando sono nato, lui piangeva di giorno. Io di notte.
Per sei mesi, a casa nostra, non c’era silenzio.
Mia madre, a un certo punto, ha ceduto.
Aveva ovviamente bisogno di dormire. Così mi ha lasciato per qualche giorno da mia zia (la zia più buona del mondo).
Quando sono tornato, non ho più pianto.
Non so cosa sia successo, ma qualcosa evidentemente era cambiato.
Forse ho pensato: “Se piango, mi mandi via. Ora che sono tornato, col cavolo che piango ancora.”
Ma è impossibile non comunicare.
E così ho iniziato a buttare fuori tutto quello che avevo dentro col disegno.
Non per fare arte.
Ma per non implodere.
Tatuare è la stessa cosa. Solo che adesso lo faccio per gli altri.
Quando mi raccontano una storia, anche confusa, anche a pezzi, io la vedo.
Non so spiegarti bene come funziona, ma vedo l’immagine.
Disegnare quello che hai dentro è la cosa che mi viene più naturale al mondo.
Perché è quello che ho fatto tutta la vita.
Ecco perché tatuo.
Perché non mi interessa disegnare tanto per disegnare.
Non mi interessa riempire fogli.
Mi interessa dare forma a qualcosa che ha un peso.
Tatuare, per me, è l’unico modo in cui il disegno ha un senso vero.
Perché non serve solo a dire “bello” — serve a dire qualcosa che non sai dire in nessun altro modo
e che quando lo vedi lo riconosci.
E quando succede, sì — quello è un gran bel momento.