CHI SONO

Non ho seguito un sogno

Non vengo dal mondo del tatuaggio.
Non ho lasciato tutto per “seguire un sogno”.

Vengo dall’architettura, dalla progettazione, dalla linea che organizza lo spazio.
Ma ho cambiato strada perché dove stavo non funzionava.

Allora ho preso quello che sapevo fare — osservare, semplificare, raccontare —
e l’ho portato dove poteva diventare qualcosa di vivo.
Qualcosa di interessante. Qualcosa che resta.

Non faccio tatuaggi da scegliere.
Creo segni che ti assomigliano, anche quando non te li sai ancora spiegare.

Vengo dall’architettura, ma non mi serve più progettare edifici.

Mi interessa cosa ti tiene in piedi.
La tua storia.
Cosa ti cambia.
Cosa ti rimette al mondo.

Non è per tutti
e va bene così

Non prendo tutti.

Non perché voglio fare il prezioso, ma perché deve avere senso anche per me.

Non mi basta che tu voglia un tatuaggio. Mi serve capire perché.

Non rispondo in fretta.
Non faccio preventivi lampo.
Non disegno per colpire: disegno per raccontare.

Da me non troverai disegni pronti, né modelli da scegliere.
Non è questo il posto.

Troverai attenzione.
Silenzio, se serve.
Molte domande prima di cominciare.
E un processo che non corre, ma cammina al tuo ritmo.

Se cerchi una scorciatoia, ti capisco.
Ma non è qui.
Qui si fa con calma e rispetto. 

perchè tatuo

Spoiler: non è per passione. È per necessità.

Mi annoio a disegnare.

Ma disegnare storie — quello no.

Ho un fratello più grande di me di un anno.
Quando sono nato, lui piangeva di giorno. Io di notte.
Per sei mesi, a casa nostra, non c’era silenzio.

Mia madre, a un certo punto, ha ceduto.
Aveva ovviamente bisogno di dormire. Così mi ha lasciato per qualche giorno da mia zia (la zia più buona del mondo).
Quando sono tornato, non ho più pianto.

Non so cosa sia successo, ma qualcosa evidentemente era cambiato.
Forse ho pensato: “Se piango, mi mandi via. Ora che sono tornato, col cavolo che piango ancora.”

 

Ma è impossibile non comunicare.

E così ho iniziato a buttare fuori tutto quello che avevo dentro col disegno.
Non per fare arte.
Ma per non implodere.

Tatuare è la stessa cosa. Solo che adesso lo faccio per gli altri.

Quando mi raccontano una storia, anche confusa, anche a pezzi, io la vedo.
Non so spiegarti bene come funziona, ma vedo l’immagine.

Disegnare quello che hai dentro è la cosa che mi viene più naturale al mondo.
Perché è quello che ho fatto tutta la vita.

Ecco perché tatuo.

Perché non mi interessa disegnare tanto per disegnare.
Non mi interessa riempire fogli.
Mi interessa dare forma a qualcosa che ha un peso.

Tatuare, per me, è l’unico modo in cui il disegno ha un senso vero.
Perché non serve solo a dire “bello” — serve a dire qualcosa che non sai dire in nessun altro modo

e che quando lo vedi lo riconosci.

E quando succede, sì — quello è un gran bel momento.

Non ho uno stile

Lo stile è una gabbia dorata.
Una volta che ci entri, la gente si aspetta che tu stia sempre lì.

Io invece voglio muovermi.
Uso il colore quando serve luce.
Uso il bianco e nero quando serve silenzio.
Vado sull’astratto quando una forma non basta.
E vado sul figurativo quando serve dire: “è questo, guarda.”

Non ho un “linguaggio grafico” da vendere.
Ho una visione per dare vita alle tue parole.


Scelgo ciò che serve.
Solo quello che serve.
Per lasciare sulla pelle qualcosa che ha senso.


Per te, non per gli altri.

Qualcuno si tatua
perché ha una storia da raccontare